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Gianfranco Gentile

BIOGRAFIA

Gianfranco GentileNasce a Verona nel 1949.
Per tutto il decennio degli anni '70 vive a Firenze dove si laurea in Architettura. In quegli anni frequenta il corso di Fonologia e Musica elettronica presso il Conservatorio L. Cherubini e si occupa principalmente di musica sperimentale e di improvvisazione elettroacustica, partecipando a manifestazioni di musica contemporanea sia in Italia che all'estero. Autore di colonne sonore e performer in vari spettacoli teatrali tra cui i 6 eventi del "Teatro Invisibile" di A. Rostagno e "Finita Infinita" in coppia con la cantante-attrice Maria Monti. Compositore e interprete in ambito pop-rock, fino a metà degli anni '80 vive a Roma e successivamente a Verona dove lavora come scenografo, grafico e disegnatore di oggetti d'arredo. Dalla metà degli anni '90 si incammina anche sulla strada della pittura, passione che covava da tempo, utilizzando principalmente pastelli e tecniche miste, con inquadrature inusuali della realtà visiva di tutti i giorni e proponendo una "archeologia industriale" segnata dalla riproduzione decontestualizzata di reperti ferrosi, brani meccanici abbandonati e riscoperti in un'appassionata ricerca sul territorio.
Come in campo musicale, anche nella "pittura" affianca a un'operatività artigianale le nuove possibilità espressive derivate dall'uso del computer, lavorando con programmi di fotoritocco e con strumenti di pittura digitale alla creazione di immagini originali e all'elaborazione di immagini "estratte" dalla realtà parallela di internet.

CRITICA

Come è lontano, nell'opera di Gianfranco Gentile, quel fervore, quell'esaltazione della meccanica che aveva così fortemente contraddistinto il futurismo e che ha così a lungo influenzato il novecento. E come è altresì lontana la mitologia fantascientifica, popolata da macchine antropomorfe, costruita su un immaginario carico dei fantasmi di schiavitù, dominazione e sfruttamento che trova in HAL, il computer astronave di "2001 Odissea nello Spazio" la sua massima espressione.
Si, tutto questo è lontano, è archeologia, e come tale ci è presentato da Gianfranco Gentile nel suo lavoro di scavo della memoria. Reperti che ci restituiscono tutta una civiltà, una organizzazione sociale, una struttura di pensiero che riecheggia nel lavoro di Gentile, ma che non è mai messa in primo piano, mai sbandierata. 
In questo i lavori di Gentile mostrano un particolare pudore. Sono molto raffinati, puliti, eseguiti con padronanza assoluta del mezzo espressivo e grande tecnica. Sono lavori fortemente comunicativi ed evocativi, ma ciò che soprattutto sorprende è che non concedono nulla alla retorica positivista o luddista legata alla evoluzione della meccanica. 
E' un nuovo immaginario, quello che ci viene proposto dall'artista veronese. Un immaginario semplice, fatto di piccole cose, di particolari, di oggetti dismessi e polverosi. Sono oggetti forse inutili, sicuramente inutilizzati, spesso arrugginiti e cadenti, ma assolutamente per niente decadenti. Le macchine di Gentile sono vecchie signore, ancora belle per la memoria che ci restituiscono. Sono ricordi impreziositi da una patina di nostalgia. Reperti, metodicamente catalogati ed inseriti in una serie con l'amore e la cura che contraddistinguono gli album di fotografie di famiglia. Strane perle di una sorprendente collana. 
L'occhio di Gentile ci restituisce il dettaglio, il particolare di un vecchio gioiello che riemerge da uno scavo. L'irregolarità dell'avvitamento di un bullone, la semplicità delle linee che costituiscono la struttura massiccia del macchinario, il dettaglio della dentatura di un ingranaggio, in buona sostanza la sorpresa estetica del particolare. Sono queste le pietre angolari della pittura e della poetica di Gentile. 
Ma soprattutto è un lavoro che non indugia in psicologismi e/o barocche macchinazioni teoriche. La macchina ha sicuramente rappresentato per tutto il secolo scorso il doppio dell'uomo, la sua anima ma anche il suo incubo. Ha catalizzato le speranze di generazioni di esseri umani, ne ha materializzato il loro fantasma autodistruttivo, ha offerto la base per grandiose e utopiche rivoluzioni, sia politiche che sociali, ha fatto da riferimento a molte speculazioni filosofiche. Ma in queste opere, che a un primo sguardo superficiale sembrano inserirsi in questa serie, tutto questo non trova spazio. Le macchine di Gentile sono esattamente ciò che si vede: decorazioni di un involucro, decorazioni di scarti d'imballo. Vecchi paramenti di una altrettanto vecchia, vetusta e superata civiltà industriale. E' nella scelta del supporto che l'autore ci offre la chiave di lettura fondamentale di tutto il suo lavoro di ricerca e di archiviazione. Le macchine non sono altro che vecchie scatole vuote. Imballi che hanno certamente contenuto tutto l'immaginario sviluppato nel secolo scorso, ricco di proiezioni antropomorfe, di tutte quelle suggestioni che ho ricordato, ma che attraverso le visioni di Gentile perdono tutte queste sovrastrutture per offrirsi semplicemente come belle immagini. 
Un bello che indugia sulla forma e che, attraverso l'uso di colori terrosi e dei tagli di luce, si ricollega alla più grande e secolare tradizione delle nature morte. Ma che grazie a questo sguardo disincantato, che restituisce all'oggetto rappresentato la sua immediata fisicità, ci guida nella spogliazione dell'ideale. Della macchina non resta che una pura forma geometrica, addolcita dalla nostalgia e dal ricordo di un tempo lontano, ma pur sempre pura forma. Ed è in questo gusto della forma che si avverte l'unico collegamento con la memoria personale dell'artista, con la sua vita privata e professionale, che lo vede impegnato nella realizzazione di scenografie e di oggetti d'arredo. Quelle rappresentate sono forme che, nonostante la loro fisicità pesante e ferrosa acquistano, grazie ai sempre sorprendenti punti di vista adottati da Gentile, una leggerezza ed una spiritualità stranianti.
Patrizio Peterlini
[Dal Catalogo "Machana" 2005 di Gianfranco Gentile]

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